Il respiro del sale: saline di Trapani e Paceco tra mito, vento e curiosità incredibili

Nelle saline di Trapani e Paceco il sale si raccoglie ancora a mano tra mulini a vento, fenicotteri e leggende di Cerere e Saturno. Storia viva di un paesaggio unico in Sicilia.

19 febbraio 2026 18:00
Il respiro del sale: saline di Trapani e Paceco tra mito, vento e curiosità incredibili - Foto: tato grasso/Wikipedia
Foto: tato grasso/Wikipedia
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Una falce di terra bianca

Arrivare alle saline di Trapani e Paceco al tramonto è come entrare in un altro tempo: vasche rosa, cumuli di sale che sembrano neve e mulini a vento che girano lenti come se non avessero fretta di niente. Qui il paesaggio non è solo “naturale”, è un’opera costruita a colpi di zappa e di mare: i primi a capire che questa falce di costa era perfetta per “coltivare” sale furono probabilmente i Fenici, nel V secolo a.C., trasformando le lagune basse in campi di cristalli. Secoli dopo, i geografi arabi descrivevano una grande salina continua, dalle porte di Trapani fino alle pendici del monte San Giuliano, come una pelle lucida stesa tra la città e Erice.salinacalcarapaceco

Mentre cammini sull’argine, il vento porta l’odore salmastro e ti ricorda che qui il sale è sempre stato oro bianco: sotto i Borbone, Trapani era tra i poli più produttivi del Regno delle Due Sicilie, con navi che partivano cariche verso il Nord Europa e fino al Lombardo‑Veneto nell’Ottocento. Ogni vasca racconta una stratificazione di dominazioni – romani, normanni, aragonesi, spagnoli – ma le geometrie restano le stesse: canali, chiuse in legno, specchi d’acqua che si fanno sempre più densi fino a cristallizzare in lastre scricchiolanti sotto i piedi.resortveneredierice

Il lavoro lento del sale

La cosa più sorprendente è che, nonostante oggi qui ci sia una riserva naturale orientata gestita dal WWF dal 1995, il sale si continua a produrre davvero, alla vecchia maniera. Gran parte delle saline è ancora di proprietà privata: i salinai controllano i flussi d’acqua, lasciano che il sole faccia il suo lavoro e, nella stagione della raccolta, entrano nelle vasche con zappe e pale per tagliare a mano i cristalli, ammucchiati in colline bianche coperte da teli per proteggerli dalla pioggia. È un equilibrio delicato: per salvare quest’area dalla cementificazione e dall’abbandono, qualche produttore ha scelto di riattivare gli impianti quasi per difesa del paesaggio, trasformando le saline in un raro esempio di convivenza tra economia tradizionale e tutela ambientale.salineculcasi

Nel piccolo museo del sale, all’interno di una salina storica, viene spiegato come funzionavano i mulini a vento, non per estetica ma per sollevare l’acqua da una vasca all’altra sfruttando solo la forza del maestrale. Oggi la produzione è tornata a crescere: dalle circa 50.000 tonnellate l’anno al momento dell’istituzione della riserva alle circa 80.000 attuali, con l’impianto di nuove vasche come Salinagrande. Dietro ogni sacco di sale integrale, spesso venduto con il nome della salina, c’è ancora una famiglia, non una multinazionale.museodelsale

Miti antichi, fenicotteri e Saturno

Se alzi gli occhi dalle vasche, ti accorgi che non sei solo: aironi, cavalieri d’Italia, avocette e soprattutto fenicotteri colorano l’orizzonte con le loro sagome sottili. Le saline sono una tappa fondamentale lungo le rotte migratorie del Mediterraneo; senza l’acqua bassa e ricca di microfauna, queste soste non esisterebbero. È paradossale: un paesaggio “artificiale”, creato dall’uomo, è diventato rifugio per la fauna selvatica, tanto da meritare il riconoscimento di area protetta.salineculcasi

Intorno a questo scenario si intrecciano anche le leggende sulla nascita di Trapani: c’è chi racconta che la città sia nata dalla falce caduta dalle mani di Cerere mentre cercava disperata la figlia Proserpina, e chi invece chiama in causa Saturno, che avrebbe perso la sua falce dopo aver evirato Urano. Se guardi dall’alto, la costa davvero sembra una falce appoggiata sul mare. In piazzetta Saturno, nel centro storico, una statua ne ricorda ancora il culto, a chiusura di un cerchio ideale tra le divinità delle messi e quei cristalli bianchi che, in fondo, non sono altro che il raccolto del mare.custonaciweb

Quando il sale diventa memoria

Negli ultimi anni le saline sono diventate anche un modo diverso di raccontare la provincia di Trapani. Non più solo il mare da cartolina di San Vito o la rocca di Erice, ma un paesaggio di lavoro e silenzi in cui il rumore più forte è quello del vento tra le pale dei mulini. Alcune saline hanno aperto a visite guidate al tramonto: si entra nel magazzino dove il sale riposa, si esce sugli argini quando il cielo si tinge di arancio e la vasca più esterna diventa uno specchio che raddoppia il sole. Intanto, all’orizzonte, si distinguono le sagome delle Egadi e l’ombra lontana dell’ex Stabilimento Florio di Favignana, altra storia di mare e lavoro che parla la stessa lingua del sale.egadisealife

Per chi nasce qui, le saline non sono solo “un posto bello da fotografare”: sono prove di un legame antico con l’acqua, con il vento, con la fatica fisica che ha segnato generazioni. E il fatto che quest’oro bianco continui a essere raccolto a mano, in un’epoca di produzioni industriali, rende questo angolo di Trapani non un museo all’aperto, ma un paesaggio vivo, che respira al ritmo delle maree e delle stagioni.eccellenza-italiana

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